
A partire dal 1° gennaio 2026, con l’obbiettivo del legislatore italiano di uniformarsi a normative comunitarie che mirano a garantire una regolamentazione fiscale più trasparente, anche le associazioni del Terzo Settore saranno soggette all’obbligo di applicare l’IVA. Questa normativa, frutto di vecchie disposizioni europee e adattamenti italiani, è vista come un’aggiunta burocratica significativa e, soprattutto, come una minaccia alla libertà di associazione. La campagna “No vendita, No Iva”, promossa dal Forum del Terzo Settore, punta a sensibilizzare il pubblico e la politica su questa problematica.
Ma come funziona l’IVA per il Terzo Settore? Le associazioni, come le APS (Associazioni di Promozione Sociale) o le ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche), che svolgono attività imponibili dovranno emettere fatture elettroniche tramite il Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate. In sostanza, tutte le attività che prevedono una “cessione di beni o prestazione di servizi”, anche verso i soci, saranno assoggettate all’IVA. Tuttavia, restano escluse dall’obbligo quelle associazioni che ricevono entrate esclusivamente sotto forma di quote associative, donazioni o contributi pubblici non collegati a prestazioni o beni.
Il problema, secondo i promotori della campagna (Forum Terzo Settore Nazionale), sta nel considerare queste attività come “economiche” quando, in realtà, si basano su un principio di condivisione delle spese, lontano dalla logica di mercato. L’obbligo IVA, dunque, non solo rischia di compromettere la sostenibilità delle attività associative, ma mette anche in discussione la natura stessa del loro operato, considerandole al pari di entità commerciali.
Le conseguenze sarebbero gravi: molte associazioni potrebbero chiudere, lasciando oratori, gruppi giovanili, iniziative culturali e ricreative senza un punto di riferimento. Il ministro competente, pur riconoscendo l’importanza del Terzo Settore, non sembra intenzionato a cambiare rotta, difendendo la necessità di uniformarsi alle direttive europee. Tuttavia, secondo il Forum del Terzo Settore, basterebbero pochi interventi normativi per risolvere questa situazione senza violare le leggi comunitarie.
