Un breve sguardo sulle radici storiche del terzo settore

Ancora ad oggi, Il panorama delle risposte ai bisogni sociali si articola su tre dimensioni principali. C’è il primo settore, dominato dalla logica del profitto e identificato con il mercato. Accanto ad esso, si erge il secondo settore, rappresentato dallo Stato, custode delle funzioni di regolazione e di erogazione dei servizi pubblici. Tra questi due poli si colloca il Terzo Settore, una nebulosa di organizzazioni private che operano, senza scopo di lucro, per finalità di utilità sociale in svariati ambiti.

A differenza di altri Paesi, come l’Inghilterra che già nel Seicento introdusse la Poor Law (una prima forma di assistenza pubblica e statale) in Italia l’assistenza sociale si è storicamente sviluppata dal basso, come iniziativa di privati cittadini, enti religiosi e comunità locali. Fin dal Medioevo, la cura dei poveri, degli orfani e degli infermi era affidata a confraternite, ospedali e istituzioni caritatevoli finanziate da lasciti, elemosine e donazioni. Questo modello si è consolidato nei secoli dando vita a un sistema auto-organizzato di solidarietà, diffuso e capillare, che ha posto le basi per quello che oggi chiamiamo Terzo Settore. Un primo tentativo di ordinare e disciplinare questa rete spontanea avvenne nel Piemonte del Settecento, dove il re Vittorio Amedeo II promosse la creazione delle Congregazioni di Carità: qui lo Stato iniziava a intervenire direttamente nella gestione dell’assistenza, affiancando (e in parte sostituendo) il clero. A livello nazionale, però, bisognerà attendere l’Unità d’Italia per vedere un tentativo vero e proprio di istituzionalizzazione. La Legge 753/1862 cercò di uniformare il sistema delle Opere Pie (ospedali, orfanotrofi, monti di pietà), rispettandone formalmente l’autonomia ma con l’intento implicito di alleggerire lo Stato da un impegno diretto. In sostanza, il welfare restava affidato a soggetti privati, ma sotto un minimo coordinamento pubblico.

Un’inversione di rotta si ebbe con la Legge Crispi del 1890, che trasformò gli enti caritatevoli in vere e proprie istituzioni pubbliche di beneficenza (IPAB), sottoposte a controllo statale e a rigide regole amministrative. Nonostante questo tentativo di “pubblicizzazione”, nel Paese si sviluppavano parallelamente esperienze associative nuove, nate spontaneamente dal tessuto sociale. Le Società di Mutuo Soccorso, regolate nel 1886, furono la prima risposta organizzata dei lavoratori ai rischi della vita e del lavoro, segnando un passaggio decisivo verso una solidarietà strutturata. Intanto, si affermava anche il movimento cooperativo, da cui sarebbero nate, nel tempo, le cooperative sociali.

Durante il fascismo, il Terzo Settore fu fortemente compresso. Le cooperative furono sciolte o poste sotto controllo statale, le organizzazioni associative annullate o inglobate nel sistema corporativo. Lo Stato totalitario cercò di sostituirsi alla società civile, soffocando ogni forma di autonomia. Solo con la Legge Federzoni del 1926 fu allentato l’anticlericalismo statale, permettendo nuovamente agli ecclesiastici di partecipare alla gestione delle Congregazioni di Carità.

Con la caduta del regime, l’Italia repubblicana riscoprì e valorizzò il ruolo della società civile. La Costituzione del 1948, in particolare agli articoli 2 e 38, sancì il principio del pluralismo sociale e riconobbe l’importanza delle “formazioni sociali” nella tutela dei diritti fondamentali. È da questi presupposti che il Terzo Settore ha ripreso vigore nel secondo dopoguerra, anche se solo dagli anni ’70 in poi ha iniziato a strutturarsi in modo sistematico.

A partire da quel periodo, le Regioni hanno avviato una riorganizzazione dei sistemi assistenziali, coinvolgendo sempre più attivamente le Organizzazioni di volontariato. Negli anni ’90, il legislatore ha riconosciuto formalmente molte delle realtà già operanti sul territorio: la Legge 49/1987 ha regolato le ONG per la cooperazione allo sviluppo; la Legge 266/1991 ha riconosciuto il valore del volontariato; la Legge 381/1991 ha definito il ruolo delle cooperative sociali, mentre il D.lgs. 460/1997 ha introdotto la qualifica fiscale di Onlus, dando strumenti di sostegno e incentivazione.

Il nuovo millennio ha visto una definitiva legittimazione del Terzo Settore nel sistema di welfare italiano. La Legge 328/2000 ha assegnato agli enti del privato sociale un ruolo attivo nella progettazione ed erogazione dei servizi, mentre la Legge 383/2000 ha riconosciuto le Associazioni di Promozione Sociale. Ma il punto di svolta è arrivato con la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), che ha introdotto il principio di sussidiarietà (art. 118): lo Stato non solo riconosce, ma promuove l’iniziativa dei cittadini singoli e associati, quando perseguono l’interesse generale.

Oggi il Terzo Settore è una realtà viva, articolata e fondamentale per garantire coesione sociale, inclusione e partecipazione. La sua evoluzione (dal gesto caritatevole medievale ad un quadro legislativo sistematico dettato dal D.lgs. 117/2017) racconta una lunga storia italiana di solidarietà organizzata, che ha saputo adattarsi ai cambiamenti, senza mai perdere la sua vocazione di servizio alla persona e alla comunità.

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