
Abbiamo affrontato più volte il tema del 5×1000 all’interno delle nostre newsletter, ma alla luce delle più recenti decisioni governative, quali imporre un tetto che blocca la distribuzione di quasi 80 milioni di euro, ritengo necessario tornare sull’argomento con una riflessione più approfondita. L’attualità delle misure introdotte impone, infatti, una valutazione critica del loro impatto, non soltanto sul piano tecnico-amministrativo, ma anche su quello etico, politico e sociale, tra l’altro motivi di ispirazione per l’azione degli stessi enti dell’economia sociale.
Il 5×1000, com’è noto, rappresenta ben più di un mero strumento fiscale. Esso incarna un principio di fondo che attiene al rapporto tra Stato, cittadini e Terzo Settore: è, in questo senso, espressione di una fiscalità orientata non solo alla raccolta, ma anche alla redistribuzione consapevole e alla valorizzazione dell’iniziativa civica. Potremmo definirlo, a pieno titolo, un esempio di “fisco di restituzione”, un fisco che non si limita a riscuotere e dove il cittadino è “solo chiamato a contribuire” ma un fisco che decide di rapportarsi con determinati enti e con determinate attività, rinunciando a parte del gettito fiscale (quindi in senso lato restituendo) perché ha la consapevolezza che questa somma verrebbe impiegata per attuare attività volte al bene comune (è innegabile la simmetria con la ratio del tributo).
Interessante è anche citare il meccanismo del 5×1000 che consente di rileggere la funzione tributaria in chiave partecipativa. La quota di imposta destinata dal cittadino non è, infatti, classificabile come entrata tributaria in senso stretto: essa rappresenta una somma che lo Stato, pur riscuotendo, si impegna a trasferire a soggetti terzi indicati dal contribuente stesso. In tal modo, il contribuente continua a rispettare l’obbligo fiscale, ma lo fa indirizzando parte delle risorse verso finalità socialmente rilevanti, senza mediazione politica, ma attraverso una scelta diretta.
Ciò che conferisce particolare rilievo a questo strumento è la sua stessa struttura, fondata su un meccanismo assimilabile a una forma di de-tax: una riduzione parziale del tributo, orientata non alla spesa pubblica ordinaria, ma al finanziamento di attività ritenute eticamente o socialmente meritevoli. In questa logica, il contribuente non si sottrae all’obbligazione fiscale, bensì ne indirizza una porzione verso finalità che concorrono al bene comune. Lo Stato, in tale configurazione, non assume un ruolo attivo di erogatore di spesa, ma si limita a fungere da intermediario nella redistribuzione delle risorse secondo le scelte espresse dai singoli cittadini. Qualora il contribuente non eserciti questa facoltà, la quota in oggetto conserva la sua natura tributaria e confluisce nel bilancio generale dello Stato, destinata alla spesa pubblica indistinta.
Tuttavia, questa ratio di fondo di un fisco di restituzione e che vuole partecipare (con dei regimi di favor) al sostegno degli ets è oggi messo seriamente in discussione. L’introduzione di un tetto massimo all’ammontare complessivamente erogabile a titolo di 5×1000 rappresenta un intervento che ne svuota progressivamente la portata, pur senza modificarne formalmente la struttura. Si tratta, in sostanza, di un taglio silenzioso ma rilevante, che impedisce a decine di milioni (79mln) di euro, espressamente destinati dai cittadini al Terzo Settore, di raggiungere i beneficiari, e ancora più preoccupanti sono le stime per il 2025 ove si prevede un ammontare del taglio potenzialmente superiore ai 100 milioni, anche a fronte del crescente numero di enti iscritti al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore.
Questa distorsione produce un effetto paradossale: un istituto concepito per rafforzare la sussidiarietà e la libertà di scelta viene nei fatti depotenziato, trasformando il 5×1000 in un 4×1000. Insomma, il principio viene così preservato in apparenza, ma disatteso nella sostanza.
In merito, è intervenuto anche il Professor Stefano Zamagni, tra i massimi esponenti dell’economia civile, con una riflessione che merita particolare attenzione. Secondo Zamagni, il tetto imposto al 5×1000 costituisce un errore triplice: etico, politico ed economico.
- Sul piano etico, esso contraddice il principio di sussidiarietà, che si fonda su un’idea di responsabilità condivisa e di fiducia nella capacità dei cittadini di orientare risorse verso il bene comune. Porre limiti quantitativi a tale principio equivale a svuotarlo di significato.
- Dal punto di vista politico, la misura mina la credibilità delle istituzioni: da un lato si proclama l’importanza del Terzo Settore, dall’altro si introduce un limite che ne ostacola concretamente l’azione, generando incoerenza e disillusione.
- Infine, sotto il profilo economico, trattenere fondi liberamente destinati alla solidarietà e alla ricerca è una forma di rent-seeking pubblico, che sottrae risorse vitali alla coesione sociale,
- senza restituire un valore equivalente.
Alla luce di tutto ciò, ritengo che il mantenimento del tetto al 5×1000 non possa essere derubricato a mera questione tecnica o finanziaria. Si tratta, piuttosto, di una questione di coerenza politica e visione etica. Se davvero crediamo nella forza trasformativa del Terzo Settore e nel principio di sussidiarietà, allora dobbiamo consentire che le scelte dei cittadini producano pienamente i loro effetti. Altrimenti, si corre il rischio di indebolire un meccanismo virtuoso che non solo redistribuisce risorse, ma costruisce fiducia, legami sociali e responsabilità condivisa.
Rimuovere il tetto al 5×1000 significherebbe compiere un atto di giustizia fiscale, ma anche affermare con forza una visione della democrazia ed equità economica in cui lo Stato si pone al servizio della società civile, riconoscendone il valore e sostenendone l’autonomia.
