
La Riforma del Terzo Settore ha segnato un importante punto di svolta, permettendo finalmente a tutti gli enti di svolgere attività commerciali e superando così i limiti imposti in passato. Nonostante questa apertura, per calcolare correttamente l’IRES (secondo l’art. 79 del Codice), è fondamentale saper distinguere tra ambito commerciale e non commerciale. Questa distinzione va analizzata a due livelli: guardando alla singola attività svolta e valutando la natura dell’ente nel suo complesso.
Come si classificano le singole attività?
- Attività non commerciali: Includono le attività di interesse generale (art. 5), anche se erogate tramite accreditamenti o convenzioni, a patto che siano gratuite o che i pagamenti ricevuti servano solo a coprire i costi sostenuti. La legge consente un piccolo margine di tolleranza: i ricavi possono superare i costi al massimo del 6%, ma questo non deve accadere per più di tre anni consecutivi. Rientrano in questa categoria anche i fondi pubblici, le quote pagate dagli associati, le raccolte fondi occasionali e la ricerca scientifica a scopo sociale. Ci sono inoltre regole agevolate per le Associazioni di Promozione Sociale e le Organizzazioni di Volontariato, purché agiscano senza intermediari e senza fare concorrenza sul mercato.
- Attività commerciali: Un’attività diventa invece commerciale se viene svolta per ottenere un guadagno economico, se i servizi vengono offerti ai soci in cambio di pagamenti specifici, oppure se le cosiddette “attività diverse” (art. 6) superano i limiti consentiti dalla legge.
Quando l’intero Ente diventa commerciale? Un Ente del Terzo Settore assume ufficialmente la veste fiscale di “ente commerciale” quando, nell’arco di un anno d’imposta, i guadagni derivanti dalle sue attività commerciali superano le entrate di quelle non commerciali. Un discorso a parte meritano le Imprese Sociali: per definizione, queste sono sempre considerate enti commerciali a tutti gli effetti, indipendentemente dal tipo di forma giuridica che hanno scelto.
